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Parco Archeologico Naxos Taormina - Super User

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Figura 1

Tauromenion sopravvive all’Antichità con lo stesso nome e nello stesso luogo, ciò determinando la distruzione di larga parte dell’antico tessuto urbano e molto contribuendo alla sua particolarissima identità di città siciliana.

L’antica città occupava i declivi del monte Tauro verso l’ampia baia di Naxos, la prima colonia greca di Sicilia, cui in maniera programmatica si sostituisce nel corso del IV secolo a.C.

Le notizie sulla sua doppia fondazione ben testimoniano la volontà di porre la città in diretto rapporto di discendenza con l’antica colonia, malgrado il nome di origine sicula.

Le coniazioni della città caratterizzate dall’immagine di Apollo Archegetes confermano tale programma.

Nel 358 a.C. Andromaco, padre dello storico Timeo, raccoglie i superstiti di Naxos e i loro discendenti (Diod. XVI 6,7) e fonda la nuova città, di fatto ellenizzando quella in precedenza (396 a.C.) fondata dai Siculi con l’aiuto di Imilcone (Diod. XIV 59,2).

Figura 2

Ritrovamenti nell’area dell’agorà segnalerebbero l’esistenza di un abitato greco già a partire dal VI secolo a.C..

I Siculi avevano abitato le alture del Tauro (Diod. XIV 88,1). Le tombe della necropoli di Cocolonazzo con corredi comprendenti vasi ad impasto e vasi tardo-geometrici euboici; evidenza quest’ultima dei precoci rapporti tra Siculi e coloni.

Figura 3

Dopo la fondazione del 358 a.C., Andromaco partecipa alla guerra contro i Cartaginesi a fianco di Timoleonte. Con Agatocle la città perde di importanza, assoggettata da Siracusa: nel 312 a.C. il tiranno siracusano esilierà Timeo, suo inconciliabile avversario politico. All’inizio del III secolo a.C. riacquista l’indipendenza con il tiranno Tyndarion, che nel 278 a.C. aiuta Pirro ad impadronirsi di Siracusa (Diod. XXII 2,1; 7,4; 8,3).

Tale indipendenza ebbe breve vita: nel 270 a.C., durante la guerra tra Siracusa e i Mamertini, Taormina è annoverata tra i domini di Siracusa (Diod. XXII 13,2), e così successivamente nel trattato del 263 a.C. tra Ierone II e i Romani. Con questi ultimi la città abilmente intrattenne buoni rapporti, riuscendo ad evitare, durante la II guerra punica, di ricevere una guarnigione romana e di partecipare alla guerra con proprie truppe.

La fedeltà a Roma le garantisce lo status di alleata del popolo romano, per questo esentata dalle più gravose contribuzioni, quali la fornitura di navi da guerra (Cicerone, Verr. II, 4,50). Nella prima guerra servile è una delle principali roccaforti degli schiavi ribelli, con difficoltà riconquistata dal console Rupilio nel 132 a.C. Diventa con Cesare municipio latino come molte altre città siciliane. Si schiera con Sesto Pompeo nella guerra che oppone questi ad Ottaviano (Appiano, Bellum civile, V. 449-65).

Figura 4

Questa alleanza costa a Taormina la brutale espulsione degli abitanti e la deduzione da parte di Augusto, probabilmente nel 21 a.C., della colonia popolata con veterani prevalentemente di origine italica (Diod. XVI 7,1).

Conosciamo poco della storia successiva: la città continuò a godere di una certa prosperità, in parte dovuta alla produzione di vini rinomati (Plinio, Nat. Hist.,XVI, 26 e 66) e all’esportazione di marmi colorati e di legno, come già documentato nella tarda età ellenistica dalle iscrizioni con i rendiconti finanziari. I resti dell’edilizia pubblica e privata documentano un forte sviluppo e un notevole livello di benessere nei secoli II e III d.C.

Dopo la conquista di Siracusa da parte degli Arabi, Taormina fu considerata la capitale della Sicilia bizantina: capitolerà solo nel 902 dopo aver resistito a lungo.

In posizione dominante, occupa il crinale della collina omonima. Studi recenti hanno contribuito a risvegliare l’interesse su questo monumento, legato più al paesaggio che all’archeologia. Con i 109 m di diametro della cavea è, dopo quello di Siracusa, il teatro più grande non solo della Sicilia, ma della penisola italiana e dell’Africa. L’impianto originario risale come a Siracusa al III secolo a.C. A documentarlo sono i resti del muro a blocchi isodomi, inglobati nell’edificio della scena e tre sedili con iscrizione dalla cavea. Alla stessa epoca risalgono gli avanzi del piccolo edificio sacro alla sommità della cavea, poi obliterati dall’allargamento che questa subì nel  II  d.C. 

Quanto è visibile appartiene interamente alla ristrutturazione romana, in particolar modo a quella avvenuta nella prima metà del II d.C. sotto Traiano (CIL,X,6996 con menzione al personaggio Paterno) o sotto Adriano. La pianta del teatro consiste in un edificio scenico rettangolare fiancheggiato da due ampie sale di accesso all’orchestra e in una cavea, poco conservata, divisa in 9 settori da 8 scalette. Un doppio portico in laterizio con colonne di granito e copertura a volta sormonta la cavea. La scena, con pulpitum allineato con i muri di sostegno della cavea, conserva nel prospetto, un tempo decorato da statue e da una grande varietà di marmi e pietre colorate di importazione, le due aperture laterali o hospitalia, mentre è crollata quella centrale o regia. L’attuale ricostruzione della scaenae frons è dovuta ad un restauro ottocentesco.

Generalmente restituito con due ordini di colonne sovrapposte, nel prospetto scenico sono riconoscibili due fasi: l’una arcuata di età Traianea /Adrianea, l’altra rettilinea, di tipo orientale di età Severiana. Sono esigui, invece, i resti riconducibili ad età augustea, la cui ristrutturazione sarebbe documentata soprattutto da un ritratto di Augusto. Alla stessa epoca risalirebbero alcune teste pertinenti a statue di magistrati le belle teste di Niobide e di Artemide appartenenti ad un gruppo statuario probabilmente pertinente alla decorazione del prospetto della scena (vedi esposizione Antiquarium) . Tra il II - III d.C. il teatro fu trasformato in un’arena con costruzione del corridoio anulare, chiuso da parapetto rialzato, e dell’ ambiente sotterraneo, adibito a ricovero di attrezzature ed forse anche di gabbie di animali. Ad una fase successiva sono, infine, riferibili l’allargamento dell’ambiente sotterraneo e l’attuale porticus post scaenam.

Probabilmente già in età augustea, tuttavia, questo versante sembra occupato dall’edificio termale, che ampliandosi finirà nel II secolo d.C. per sovrapporsi ed obliterare il già descritto edificio pubblico ellenistico. Scavi condotti nel 1964-1966, e successivamente nel 1988, hanno messo in luce una serie di tre vasti ambienti riscaldati (caldaria) riferibili ad età Antonina. La planimetria sembra discostarsi dal tipo canonico assiale.

E’ stata avanzata l’ipotesi che il tepidarium fosse articolato in altrettante sale ordinate in una fila simile e giustapposte a nord, ora inglobate nelle case di Via della Zecca, le quali in qualche misura possono indicare le dimensioni complessive dell’edificio, calcolabili intorno ai m 38 x 27. Le grandi dimensioni come l’apparato musivo di crustae marmoree di rivestimento parietale, di soffitti a mosaico designano il carattere pubblico dell’edificio termale

Circa coincidente con la moderna piazza V. Emanuele II, l’antica agorà, poi foro, occupava il settore settentrionale della città, in prossimità dell’incrocio tra i due antichi assi urbani, circa corrispondenti al tracciato degli odierni Corso Umberto e via del Teatro. E’ localizzata con certezza ed esplorata tra il 1964 e il 1980 nel corso di scavi aperti in occasione della costruzione del Palazzo dei Congressi. Continua ad essere uno spazio pubblico almeno sino al VII-VIII secolo d.C. , allorché su di esso si insedia un’area cimiteriale. In età augustea, dopo la deduzione della colonia, subisce forti rimaneggiamenti in vista della sua conversione in foro. A questa epoca risale un lungo tratto del muro di recinzione orientale con resti della porta d’ingresso. Successivi, di età imperiale sarebbero, invece, i lembi del selciato scoperti in connessione con la porta d’ingresso.

Risale al III secolo a.C. , in uso sino ad età augustea, un edificio a peristilio scoperto al di sotto della Caserma dei Carabinieri, già convento di S. Maria di Valverde. Il ritrovamento di due grandi basi di statue ciascuna con dedica iscritta del damos ton Tauromeritan, in tutto identiche ad due altre scoperte nel 1770 (IG XIV, 434-5), documentano il carattere pubblico dell’edificio, con molta difficoltà, tuttavia, identificabile, come è stato proposto, con il bouleuterion della città (ora non visibile).

Un’efficace spia della funzione politico – amministrativo che questo settore nord-orientale dell’agorà riveste in epoca ellenistica, sarebbe, inoltre, fornita dal ritrovamento di una tavola finanziaria . E’ stata proposta una medesima provenienza anche per le restanti tavole generalmente ritenute provenienti da aree prossime al teatro (IG,XIV 423-430).

Tale settore dovette mantenere almeno in parte la medesima funzione politico – amministrativa anche dopo la conversione dell’agora in foro. Lo dimostra il ritrovamento all’interno degli ambienti termali dei frammenti di un calendario romano databile al 21-20 a.C. , di una parte dei Fasti Consolari relativi agli anni 39-30 a.C. ed, infine, di una lista coeva di locali magistrati della colonia; iscrizioni tutte che dovevano essere infisse su di un muro del foro. Adesso sono tutte visibili nel piccolo Antiquarium presso il teatro.

Resti di un tempio periptero sono tornati in luce, parzialmente inglobati nelle fondazioni della Chiesa di Santa Caterina, nell’angolo sud- occidentale dell’attuale Piazza V. Emanuele II. La decorazione ionica del geison (cornice di trave di colmo) in marmo fisserebbe alla metà del III sec. a.C. la sua cronologia. Non ci sono elementi per identificare la divinità venerata.

L’ubicazione così prossima all’agora/foro fa pensare, tuttavia, che si tratti di un edificio sacro di una certa rilevanza: i rendiconti finanziari documentano i culti di Zeus e di Dioniso, i quali dovevano possedere un santuario nella città, come anche certamente Apollo.

Nell’avanzato I secolo d.C., o agli inizi del II secolo d.C. il tempio fu affiancato sul lato sud, da un odeon, teatro coperto. Rimane poco chiaro il sistema di copertura. Parzialmente riportata in luce nel 1892-1893, la cavea è realizzata in laterizio. Contiene undici ordini di posti divisi da tre scalette in quattro cunei.

L’ottavo ordine dall’orchestra verso l’alto, è utilizzato come passaggio. Su di esso si aprivano, infatti, gli ingressi o vomitoria, due dei quali ancora esistenti.

E’ da considerare un’aggiunta posteriore il corridoio voltato che corre lungo il lato posteriore dell’edificio, con il quale sono in comunicazione i passaggi, o vomitoria. Della scena rimangono porzione del prospetto in laterizio del pulpitum, o palcoscenico con resti di nicchia semicircolare. La retrostante parte lignea del palcoscenico insisteva sui gradini del tempio di III secolo a.C., mentre il suo colonnato fungeva probabilmente da fondale scenico. Con quello di Catania, l’odeon di Taormina è l’unico esempio di teatro coperto ad essere documentato in Sicilia. Esso era destinato a spettacoli, più precisamente a concerti, a concorsi musicali, come pure a conferenze e letture pubbliche, ma può essere stato utilizzato anche per riunioni politiche. Si tratta di spettacoli di minor richiamo di pubblico rispetto a quelli offerti dal teatro.

Pavimento a ciottoli policromi (gialli, rosa, rosse, grigi e neri), spaccati e levigati in superficie, e a tessere relativamente grandi, poligonali (bianche e nere); il pannello centrale contiene un motivo geometrico formato da doppio quadrato con rosetta a sei petali inscritta su campo nero; nei triangoli di risulta agli angoli raffigurazione di delfini guizzanti.

Figura 1

Databile per tecnica e figurazione al II secolo a.C. con raffronti ad Atene, Delo ed Eretria, il mosaico appartiene alla pavimentazione della zona a cielo aperto del peristilio di una abitazione privata. Del peristilio si conservano alcuni blocchi del basamento del colonnato sul lato sinistro.

 

Mosaico di Salita Santippo, inizi II secolo d.C.

Mosaico in bianco e nero a schema geometrico composto da griglia di cerchi formanti alle intersezioni fiori a quattro petali, mentre svastiche e motivi vegetali e geometrici occupano alternativamente la parte centrale dei circoli.

Figura 2

Probabilmente appartenente alla pavimentazione del peristilio di una abitazione privata, il mosaico è databile agli anni iniziali del II secolo d.C. con paralleli con lo stile bianco e nero ad arabeschi floreali dell’Italia Centrale, e richiami a esemplari policromi scoperti nelle provincie africane, quali il “Mosaico delle Maschere” di Sousse (Tunisia), dove ricorre come a Taormina il motivo della svastica.

Questo mosaico preannuncia l’introduzione di mosaici policromi che in Sicilia manifestano chiare influenze nord africane.

Il lungo muro in laterizio interrotto da nicchie è il prospetto di un ninfeo che si sovrappone a una stoa o portico ellenistico, utilizzandone il basamento di cui si conserva ancora visibile una porzione nell’estremità sud. La stoa, come il ninfeo si affacciavano su una piazza, o agora delimitandone un lato e fungendo da sostegno alla terrazzo superiore. Nelle nicchie del ninfeo erano probabilmente collocate statue, come documenterebbe il ritrovamento del torso di Apollo in marmo pario adesso in esposizione al Museo di Badia Vecchia.

Scavi, condotti in occasione di lavori edilizi in un fabbricato sovrastante, hanno accertato una grande serbatoio d’acqua in consistenza dietro la facciata a nicchie. Il bel acquerello di J. Houel ne documentava già l’esistenza. Il rifornimento d’acqua della città, affidato in epoca ellenistica a cisterne private, subisce nella prima e media età imperiale una radicale trasformazione con la costruzione di due acquedotti e di grandi serbatoi, quale quello della salita Giafari ancora in funzione nel moderno acquedotto

Quasi certamente urbano, almeno in epoca ellenistica, il santuario ricadeva nel settore settentrionale della città. Il suo tempio sopravvive inglobato nella chiesa di S. Pancrazio, che non ne ha intaccato i muri meridionale e settentrionale a blocchi isodomi, ancora ben in vista. Il tempio distilo in antis, su alto podio è generalmente datato tra la fine del III e gli inizi del secolo successivo.

Figura 1   Figura 2

Due iscrizioni, una in greco del II secolo a.C. (IG,XIV 433), l’altra in latino del I-II secolo d.C. (CIL,X 6889) permettono di attribuirlo al culto delle due divinità egizie. A tale documentazione epigrafica la statua di una sacerdotessa, databile al II secolo d.C., aggiunge una vivida testimonianza dell’antico paesaggio sacro.

Le evidenze indicano al momento che il primo insediamento coloniale, di dimensioni inferiori a quelle che saranno della città, occupava il versante orientale della penisola di Schisò, in stretto rapporto con la baia, che diventerà il porto della città. Resta da dimostrare l’identificazione di tale insediamento, di superficie ridotta (ca.10 ettari), con il nucleo iniziale della colonia. È ancora aperto il problema della possibile frammentazione del primo insediamento in singoli villaggi contigui (kata komas) e della conseguente formazione del tessuto urbano attraverso la loro unificazione. Nel frattempo, la concentrazione e il volume rilevante di ceramica tardo-geometrica che si registra sul versante orientale della penisola offrono un primo segnale forte a favore della localizzazione proposta, confermata dalle nuove indagini.

Figura 1Veduta aerea del sito urbano.

Escavazioni in profondità praticate nell’area tra gli incroci 10 e 11 della plateia A del piano urbano di V secolo a.C. hanno, infatti, riportato in luce resti di 10 abitazioni del tardo VIII secolo a.C. .

Nel 1954, in questa stessa area, sotto il piano stradale della plateia A, fu rinvenuta una casa (Casa 1), purtroppo non più conservata, che sembra costituita da due ambienti affiancati, uno dei quali dotato di panchina.

Tra le case di nuova scoperta solo la Casa 5 è conservata integralmente. A pianta rettangolare, è formata da due ambienti; in quello più grande si trova addossata al muro orientale una panchina del tipo c.d. a pi-greco. Quest’ultima sagoma come la pianta rettangolare mostrano stretti contatti con l’architettura domestica medio/tardo-geometrica diffusa nelle isole Cicladi. Le somiglianze si allargano alla tecnica costruttiva adottata nei muri a doppio paramento di piccole pietre e al tipo di copertura piana, documentata dalla quantità di argilla cruda rinvenuta. Allo stesso ambiente cicladico rimanda anche il sistema di aggregazione dell’abitato in unità di abitazioni: le case, rispettando lo stesso orientamento est-ovest, sono costruite vicine tra loro, separate da stretti corridoi (possibili camminamenti) a cielo aperto.

 

La Casa 10 singolare per la particolare partizione di un ambiente con muretti paralleli è identificabile con un deposito, o granaio. Il lembo di una fortificazione della media/tarda età del Bronzo scoperto, a nord, poco lontano delle abitazioni della fine dell’VIII secolo a.C. potrebbe aver funzionato come baluardo difensivo su questo lato, il più vulnerabile dell’abitato.

                                                         Figura 9 

Ultime scoperte (2012-2013) aggiungono dinamismo all’appena descritta organizzazione dell’abitato. Tre edifici a pianta curvilinea (“g”, “d”, “f”) , molto vicini tra loro e con evidente funzione abitativa, sono stati trovati ad est della Casa 5. Il contesto di ritrovamento restituisce ceramica greca Tardo-Geometrica mista a vasi ad impasto della tarda età del Ferro (cultura di Finocchito), assicurandone la pertinenza alla colonia e al primo momento di stanziamento. Gli edifici “d” e “f” sono conservati solo parzialmente; non è possibile, pertanto, ricostruirne l’esatta planimetria. Nuove escavazioni, invece, hanno accertato che l’edificio “f” sarebbe stato a pianta absidata e avrebbe misurato in lunghezza m.ca. 13. Si tratta delle prime costruzioni curvilinee mai scoperte in una colonia greca di Sicilia, dove la pianta quadrangolare fu ritenuta dominante ed esclusiva. In proposito, e in particolare per il caso di Naxos, occorre aggiungere che la planimetria curvilinea è molto diffusa e perdurante, sino al VI secolo a.C., nell’architettura domestica della madrepatria, sia in Eubea, ad Eretria e a Calcide, città quest’ultima d’origine dei coloni, sia ad Oropos, nella costa Attica antistante. L’identificazione degli edifici descritti con le prime abitazioni dei coloni appare convincente sulla base sia della composizione dei materiali ceramici, sia della scoperta di lembi di strutture consimili rinvenute ultimamente a Cuma, e più in generale in considerazione del fatto che la formazione di un abitato non è mai istantanea e coincidente con lo stanziamento della popolazione, ma un processo graduale.

                             Figura 10

                        Edificio curvilineo D 734-700 a. C.(scavi 2012)

         Figura 11

        Edificio curvilineo G 734-700 a. C.(scavi 2004)

Le fortificazioni e il correlato sistema di strade urbane della città di età arcaica sono parzialmente noti. L’imponente rampante poligonale corre sulle sulla sponda sinistra del torrente Santa Venera. Porzioni delle fortificazioni sono in luce presso il Castello di Schisò e sul Capo Schisò, all’interno del giardino del Museo. Sul versante settentrionale della città nel 2005 è stato scoperto un piccolo tratto di protheichisma a 25 m a nord del prospetto dell’arsenale navale. L’evidenza indica come l’arsenale fosse all’interno delle fortificazione e come lo fosse per buona parte la collina di Larunchi la cui sommità era probabilmente occupata dall’acropoli della città.

 Figura 1 Particolare del muro di fortificazione in tecnica poligonale “ciclopica”.

La rete stradale urbana è stata parzialmente ricostruita dalla posizione delle porte lungo il circuito delle mura e da scoperte effettuate nel territorio urbano . Da tali dati si ricava un piano urbano policentrico con almeno due diversi orientamenti raccordati al centro dalla strada nord/sud Sd che funge da cerniera tra i due settori orientale e occidentale della città.

 

Figura 2Pianta della città; in rosso la fase urbana dei secoli VII-VI a.C.

 

Le indagini praticate nella zona dell’incrocio 11 della plateia A (scavi 2003-2006, 2011- 2012), massimo asse est-ovest dell’impianto urbano di V secolo a.C., hanno riportato in luce la strada nord-sud Sh e la strada est-ovest Si, entrambe larghe poco più di 4m ed un loro incrocio.

Figura 2Resti del muro di proteichisma scoperto sul versante nord della città a 25 m dal complesso dell’arsenale navale (scavi 2005).

Figura 3Strada N/S Sh (scavi 2004).

A 20 m a ovest è stata localizzata un strada notevolmente più stretta ( 2.80m) parallela alla strada Sh. La distanza tra le due strade è indicativa per la dimensione della larghezza dell’insula o blocco di case di periodo arcaico. La partizione del tessuto urbano in blocchi di case è sulla base dei dati di scavo da ascrivere agli inizi del VI secolo a.C. Mentre la datazione dell’impianto stradale è almeno in quest’area databile agli anni attorno alla metà del VII secolo a.C.

Figura 4

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