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Parco Archeologico Naxos Taormina - Museo

21 Mag

Grande Gorgoneion

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Il grande gorgoneion qui ricostruito viene scoperto in diversi tempi (scavi 1977-1987 e 1991), nel santuario suburbano a ovest del torrente Santa Venera. I frammenti si trovano dispersi su un vasto raggio , sepolti in luoghi piuttosto distanti tra loro. Il diametro ricostruibile della lastra è di m.1,12 circa.

La sua forma pressoché circolare. Le dimensioni, l’assenza sul retro di tracce del coppo, la presenza viceversa , di un foro per chiodo di fissaggio rende plausibile l’ipotesi che possa trattarsi di un rilievo: un antepagmentum (placca frontonale) collocato all’interno dello spazio triangolare del timpano, così come il grande gorgoneion del tempio C di Selinunte, oppure un rilievo acroteriale.

Singolarissimo e privo di confronti rimane il groviglio di spire di serpenti che verosimilmente si completavano con teste in bronzo come lasciano supporre i fori praticati alla sommità di avvolgimento. I tondi riccioli sono molto somiglianti a quelli della gorgone della lastra siracusana dell’ Athenaion.. la barba fluente presenta molti punti di contatto con quella della Gorgone dipinta su una delle metope di Thermon. Più in generale quella nassia sembra confrontabile a talune figurazioni del mostro dipinte su vasi del Corinzio Antico e Medio; intorno al 580 a.C.

21 Mag

Arula

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L’altare di Heidelberg – Naxos. Storia della ricomposizione e scambio.

L’altare prende il nome dai due musei che detenevano i frammenti A e B. La storia del riconoscimento e ricomposizione è esemplare dei modi, talora bizzarri, di trasmissione dell’Antichità a noi. Paola Pelagatti nel 1983 nel corso di una ricerca nell’archivio fotografico dell’Istituto Germanico di Roma riconosce che un frammento di lastra fittile con resti di sfinge a rilievo dell’Antikemuseum dell’Università di Heidelberg (frammento A) è la parte mancante di un altare fittile conservato al Museo di Naxos di Sicilia, da lei stesso acquistato (frammento B) nel 1973.

Il frammento di Heidelberg risulta acquistato da F. von Duhn a Taormina nel 1902 e da lui immesso nella Collezione dell’Università di Heidelberg. Il frammento è per la prima volta prestato dall’Università tedesca nel 1990 in occasione della mostra allestita nel Museo di Naxos di Sicilia dal titolo “Un’arula tra Heidelberg e Naxos ed altre arule di Sicilia e Magna Grecia”. Il frammento torna nuovamente nel Museo di Naxos di Sicilia nel 1995 in occasione dell’esposizione per il quarantennale degli scavi nel sito di Naxos .

Per la lungimiranza e liberalità di Tonio Hoelscher allora Direttore dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Heidelberg e di Hermann Pflug conservatore del Museo Archeologico della stessa Università, il frammento A è lasciato in prestito prolungato al Museo di Naxos di Sicilia sino al perfezionamento delle trattative di scambio che saranno completate con successo nel giugno del 1997. La vicenda dello scambio tra il Museo Archeologico di Naxos di Sicilia ed il Museo Archeologico dell’Università di Heidelberg è lunga ed intrigata. Qui si sottolinea il valore simbolico: due musei tanto diversi per origine e formazione delle loro collezioni si sono trovati a collaborare ad un progetto comune, dimostrando l’inesistenza di barriere nazionali e l’efficacia della comunità scientifica

21 Mag

Arula Heidelberg-Naxos

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Sulla fronte dell’altare due sfingi sono araldicamente affrontate ai lati di un anthemion, fulcro della figurazione, formato da due doppie volute a lira sostenenti due palmette di diverse dimensioni. Ed è proprio l’anthemion l’elemento che maggiormente distingue la composizione, rendendo tali altari unici nel panorama degli altari con figurazione di sfingi affrontate prodotti in Sicilia e in Magna Grecia in età arcaica. Il motivo ad anthemion è di chiara ascendenza ionica.

Trova i paralleli più convincenti nella decorazione architettonica della Grecia dell’Est, e più in particolare nella decorazione plastica di stele, divenuta comune nella seconda metà del VI secolo a.C.

La sagoma ed il modellato delle sfingi derivano anch’essi da modelli greco – orientali, richiamando in generale nella forma dei volti prodotti del cosiddetto Gruppo di Aphrodite attribuiti ad officine di Mileto. Ancora una volta Naxos di Sicilia rivela i suoi forti legami con la Grecia Orientale; legami che improntano e distinguono le sue produzioni ceramiche e plastiche in età arcaica.

 

L’Altare di Berlino e la vicenda avventurosa della sua conservazione

Appartiene allo stesso tipo dell’altare Heidelberg – Naxos. Integro, presenta ai lati 2 fori circolari utili per il suo trasporto, e un piano di offerte incassato e ribassato rispetto alla cornice di coronamento. Nel 1974, poco dopo l’acquisto a Giardini Naxos del frammento B, Paola Pelagatti lo esibisce ad Ernest Langlotz in visita a Siracusa. Nel corso della discussione lo studioso, grande conoscitore delle produzioni plastiche greco - arcaiche, segnala di aver visto un altare dello stesso tipo a Berlino, nella Collezione dell’Istituto di Archeologia dell’Università von Humboldt. Aggiunge con rammarico che purtroppo l’esemplare era andato perduto con la guerra, , ma promette di cercare la lastra, di cui inviò presto una stampa. La foto subito pubblicata, era destinata a costituire per anni l’unica testimonianza dell’altare.

L’altare fu acquistato a Taormina con provenienza da Naxos prima del 1913, e successivamente venduto all’Istituto di Archeologia, come attesta il “Catalogo” pubblicato nel 1913 dalla Casa d’Aste Berlinese Lepke’s, dove insieme ad una fotografia fu riportata una breve descrizione del pezzo.

L’altare rimase a lungo introvabile. Ricomparve inaspettatamente nel 1995, dopo il crollo del muro di Berlino, nel corso di lavori di sistemazione del deposito dei gessi del Pergamon Museum. A darne prontamente notizia fu Volker Kaestner.

L’altare, come il resto della Collezione Universitaria, aveva partecipato alle vicende dell’ultimo conflitto, uscendone incolume. Aveva seguito la sorte di innumerevoli altri oggetti d’arte razziati alla fine della guerra, trasportati in imballaggi di fortuna, spesso costituiti da pneumatici usati come ammortizzatori – dei quali sono ancora visibili sull’altare i segni come del resto quelli lasciati dai gessi, con cui l’altare a lungo condivise la dimora - e, infine, concentrati come bottino a San Pietroburgo, l’allora Leningrad. Da lì, alla fine degli anni ’60, l’altare insieme con gli altri oggetti fece ritorno a Berlino, riconsegnato in qualche modo al Museo. Ma è soltanto dopo l’attenta e rapida opera di controllo e di sistemazione, susseguente alla riunificazione della città, che il Pergamon Museum, come altri Musei di Berlino, riacquista per buona parte l’integrità delle sue collezioni, avendo cura di escludere i pezzi appartenenti ad altri Musei. In questa occasione l’altare è identificato e restituito all’Università e torna ad essere esposto nel suo Museo, ove, grazie alle ricerche di Paola Pelagatti, ha conquistato il ruolo di “ testimone della Sicilia”.

21 Mag

Sale espositive

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Le due sale del piano superiore sono dedicate, l’una (sala A) ai reperti dalle aree sacre, l’altra (sala B) a quelli dalla città arcaica e classica e dalle necropoli del V sec. a.C. e del III sec. a.C., con una ristretta scelta di materiali che documentano l’attività di vasai e coroplasti dal V secolo a.C. in poi e con una limitata rassegna di reperti relativi alle fasi di vita più tarde del sito. Le due sale A e B sono precedute da una sala d’ingresso, dove, in una teca, sono raccolti alcuni esemplari di monete d’argento di età classica da zecche di diverse città della Sicilia e di Reggio, scoperti tutti nel quartiere settentrionale (Scavi 1996).

Ai muri sono fissate le cornici frontonale e laterale di un edificio sacro del santuario suburbano, mentre nella vetrina centrale è esposto l’altare fittile Heidelberg–Naxos.

Sala A

Gli ex–voto dal santuario sud–occidentale della città, in maggioranza costituiti da protomi fittili femminili di tardo VI secolo – proviene, però, dal mare, dai fondali presso Isolabella l’unico esemplare intero in esposizione – occupano la vetrina a sinistra dell’ingresso. Nel resto della sala sono esposti alcuni dei rivestimenti fittili dei tetti degli edifici scoperti nei due santuari e con essi una ricca rassegna di antefisse a maschera silenica. Un posto di rilievo è occupato nella sala dai frammenti di un grande lastra frontonale, che, con figurazione di Gorgone decorava il frontone di un edificio del santuario suburbano ad Ovest del Santa Venera (580 a.C.). Completano l’esposizione un esemplare di Sfinge, uno di Sirena, entrambi acroteri di un tempio arcaico, insieme con una lastra con figurazione dipinta, tutti dal santuario suburbano.

Sala B

La documentazione dell’abitato dalla fine del VII a tutto il V secolo a.C. è formata soprattutto da vasi o da frammenti di vasi, ma tra essi trovano posto altri manufatti scoperti in contesti domestici, quali frammenti di arule con decorazione a rilievo, statuette, lucerne fornelli portatili. Con i pesi fittili è stato ricostruito un modello di telaio verticale. I corredi dal lembo di necropoli scoperto in contrada Recanati nel 1975 si distribuiscono nell’arco del V secolo a.C. , con una qualche incidenza di importazioni attiche.

Tra i corredi delle sepolture del III secolo a.C. ,generalmente costituiti da unguentari, un posto di spicco occupa il corredo della Tomba del Chirurgo con un raro e ben conservato esemplare di coppa vitrea, forse di fabbricazione alessandrina (inizi del III secolo a.C.).

Ai ritrovamenti sottomarini è dedicata la sala all’interno del torrione che domina il giardino. In essa è in esposizione il vasto repertorio di ancore in pietra e di ceppi d’ancora in piombo (un vero e proprio archivio), esemplari in maggioranza prelevati negli anni ‘60 dal mare di Naxos e dalle vicine baie taorminesi.

21 Mag

Il Museo di Naxos

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Costruito sul Capo Schisò, sfrutta lo spazio di un fortino borbonico che ingloba un torrione costruito nel tardo ‘500 a guardia dell’imboccatura del porto, il Museo è strettamente legato al sito antico di Naxos: un tratto dell’antico muro di cinta attraversa il suo giardino, e dal museo prende inizio l’itinerario che si snoda all’interno dell’antica area urbana, utilizzando una stradella poderale e poi il tracciato della plateia B.

Figura 1

Le raccolte del Museo sono formate in massima parte da reperti dagli scavi condotti nel sito da oltre 50 anni. Ad essi si aggiunge un piccolo nucleo di materiali acquistati a Taormina da P. Orsi o a lui donati o provenienti da ricerche da lui condotte, come nel caso dei corredi di tre sepolture di Cocolanazzo di Mola (scavi 1919), che, risalenti alla seconda metà dell’VIII secolo a.C. , rappresentano l’evidenza più efficace dell’incontro tra coloni greci e popolazioni locali, sicule. Sempre a P. Orsi, e alla sua attenta vigilanza sull’allora fiorente mercato antiquario di Taormina, si devono gli utensili da un ripostiglio della tarda età del bronzo di Malvagna e lo splendido elmo decorato a sbalzo (primi decenni del IV secolo a.C.) da Moio, entrambi siti della bassa valle dell’Alcantara.

Un’ultima eccezione è costituita da un’acquisizione molto più recente. Si tratta dell’arula (530 a.C.) Heidelberg–Naxos con sfingi affrontate, ricomposta da P. Pelagatti, ricongiungendo un frammento conservato presso il Museo dell’Università di Heidelberg ed un frammento da lei stessa acquistato nel 1973 a Giardini. L’effettiva ricomposizione, avvenuta solo nel 1997, ha arricchito il Museo di un esempio notevole di coroplastica prodotta a Naxos sul finire del VI secolo a.C.

L’esposizione segue un criterio cronologico topografico con particolare attenzione al raggruppamento di alcune classi di materiali, quali soprattutto le lastre di rivestimento architettonico e le antefisse a maschera silenica, le quali rappresentano una delle produzioni più significative della città. Con diversi tipi, essa si sviluppa ininterrotta a partire dagli ultimi decenni del VI a.C. (Sileno A) sino a tutto il V a.C. (Sileni B e C), offrendo una testimonianza efficace della diffusione del culto di Dioniso, la cui immagine caratterizza la monetazione di Naxos sin dalle prime emissioni.

Le sale d’ingresso sono dedicate alle fasi preistoriche del sito e all’iniziale fase coloniale. La splendida coppa di Stentinello, trovata non lontano dal Museo, documenta l’inizio della vita nel sito nel Neolitico con un villaggio di capanne sul Capo. I due grandi pithoi della prima età del bronzo appartengono a due tombe che, con scheletro rannicchiato all’interno, furono scoperte all’interno del santuario sud-occidentale. Più abbondante è la documentazione della media e tarda età del bronzo (facies di Thapsos), allorché un grosso villaggio fortificato si estendeva sulla penisola, nell’area ora occupata dal Castello.

Tra i materiali più antichi della colonia un posto di rilievo occupano le importazioni corinzie, ed in particolare i numerosi frammenti di coppe del tipo di Thapsos (740-700 a.C.). Così denominate dal sito vicino Siracusa ove fu rinvenuto il primo esemplare, sono coppe profonde, usate sia per bere che per mangiare, caratterizzate da uno stretto pannello decorato, inquadrato da linee orizzontali. In associazione con la ceramica corinzia tardo-geometrica si trova ceramica di importazione euboica ed in misura maggiore di imitazione, prodotta a Naxos all’indomani della fondazione. Il repertorio di forme è molto ampio: dalle grandi anfore su piede, ai numerosi crateri, taluni con becco di versamento, louteria, ai molti tipi di coppe, -e tra queste notevoli quelle a uccello singolo - alle lekanai, ai piatti di diverse dimensioni, sino alle brocche a collo tagliato, forma di inconfondibile derivazione euboica. La componente cicladica rimane ancora poco visibile: nella diffusa utilizzazione nella necropoli delle idrie (vasi per attingere e trasportare acqua) è forse da riconoscere un influsso dalle isole delle Cicladi. Alcuni esemplari di idrie sub–geometriche dalla necropoli settentrionale sono esposte accanto ad altri corredi dei primi decenni del VI secolo a.C. Le anfore da trasporto arcaiche sono sempre dalla necropoli, dove sono state scoperte, soprattutto riutilizzate per inumazioni di bambini.

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